Cass. pen., sez. V, sent. 11 settembre 2020, n. 25940 – Pres. Palla, Rel. Cons. Brancaccio – Configurabile il motivo abietto nel reato determinato da gelosia

La Corte di Cassazione affronta la questione afferente alla configurabilità dell’aggravante dei “futili motivi” nel reato di omicidio (nella specie, preterintenzionale). Nel caso di specie, un uomo reagiva alla gelosia della moglie con violenza sproporzionata da provocarne la morte.
La Corte d’assise d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado, che aveva condannato l’uomo per il reato di omicidio preterintenzionale di cui era rimasta vittima la propria moglie.
La Suprema Corte ha disatteso la tesi difensiva secondo cui erroneamente il fatto era stato considerato aggravato dai “futili motivi”, ribadendo che la circostanza aggravante dei futili motivi sussiste ove la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di tale levità, banalità e sproporzione, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune modo di sentire, assolutamente insufficiente a provocare l’azione criminosa, tanto da potersi considerare, più che una causa determinante dell’evento, un mero pretesto per lo sfogo di un impulso violento.
In tale ottica, non pare dubitabile che anche la gelosia possa essere considerata ragione di aggravamento del disvalore della condotta di reato, per la futilità della spinta motivazionale che ha determinato l’autore a commetterlo; ciò anche nei casi in cui la sproporzione tra il delitto realizzato e il movente-gelosia sia talmente evidente, per la banalità delle ragioni pseudo-sentimentali che lo sostengono, da rendere queste ultime nulla più che un mero pretesto per dare sfogo alla aggressività di chi compie il reato, sottolineandone la maggiore pericolosità.

Reato – circostanze – aggravanti comuni – motivi abietti o futili – Rif. Leg. art. 61 cod. pen.